Come rispondere alle domande più frequenti durante un colloquio di lavoro? Con i consigli di Gianluigi Cassino, Career Coach di Radar Academy, scopriamo 3 risposte da evitare e come renderle più efficaci.
“Parlami di te”, “Qual è il tuo punto debole?”, “Perché vuoi lavorare qui?”. Sembrano domande semplici, ma durante un colloquio è facile affidarsi a risposte generiche o preparate a memoria.
Prepararsi, però, non significa prevedere ogni domanda, ma arrivare con le idee chiare su chi siamo, quali competenze possiamo portare e perché siamo interessati a quell'opportunità.
Con Gianluigi Cassino, Career Coach di Radar Academy, partiamo da tre delle domande più frequenti per scoprire quali risposte evitare e come renderle più concrete, personali ed efficaci.
“Parlami di te”: non limitarti ai dati del CV
“Mi chiamo…, ho 25 anni e mi sono laureato in…”. È probabilmente uno degli inizi più spontanei. Ma nome, età e percorso di studi sono informazioni che il recruiter può già trovare nel CV.
Quando ti viene chiesto di parlare di te, prova invece a utilizzare quello spazio per raccontare il tuo percorso professionale e far emergere ciò che può essere interessante per la posizione.
Una risposta può partire, ad esempio, da ciò su cui ti stai specializzando, dalle competenze che hai sviluppato e dalla direzione in cui vorresti crescere.
Meglio: “Oggi mi sto specializzando in…, ho sviluppato competenze in… e vorrei crescere proprio in questo ambito”.
In questo modo non stai semplicemente ripercorrendo il curriculum: stai dando un filo logico alla tua storia e aiutando chi hai davanti a capire dove vuoi andare.
“Qual è il tuo punto debole?”: evita le risposte preconfezionate
“Sono troppo perfezionista”. È diventata una delle risposte più classiche alla domanda sui punti deboli. Proprio per questo rischia di suonare poco autentica.
Il recruiter non si aspetta necessariamente che tu trasformi un difetto in un pregio. È molto più interessante dimostrare di avere consapevolezza di un aspetto da migliorare e di stare lavorando concretamente per farlo.
Ad esempio: “Tendo a concentrarmi molto sui dettagli, ma sto imparando a gestire meglio tempi e priorità”. La differenza è importante: non stai cercando di nascondere una debolezza dietro una qualità. Stai mostrando capacità di analizzarti e migliorare.
“Perché vuoi lavorare qui?”: dimostra di esserti informato
“Perché mi sembra una bella opportunità”. Può essere vero, ma potrebbe essere una risposta valida praticamente per qualsiasi azienda. Questa domanda è invece un'occasione per far capire al recruiter che non hai inviato la candidatura senza conoscere la realtà alla quale ti stai proponendo.
Prima del colloquio, dedica quindi un po' di tempo a informarti sull'Azienda, sul ruolo, sul settore e sui progetti che possono essere collegati alla posizione. Potresti rispondere: “Mi interessa questa posizione perché vorrei svilupparmi in quest'ambito e la vostra azienda mi ha colpito per…”.
Quel “per…” fa la differenza. È lì che puoi inserire un elemento concreto e dimostrare che dietro la candidatura c'è una motivazione reale.
Il consiglio di Radar Academy: prepara i concetti, non un copione
C'è un elemento che accomuna tutte e tre le situazioni: le risposte migliori non sono necessariamente quelle più elaborate, ma quelle più concrete e personali. Prepararsi è importante, soprattutto quando l'emozione può rendere più difficile organizzare i pensieri. Ma prepararsi non significa imparare frasi a memoria.
Il consiglio di Gianluigi Cassino, Career Coach di Radar Academy, è quello di lavorare sui concetti che vuoi comunicare: le tue competenze, le esperienze più significative, i tuoi obiettivi e le motivazioni che ti hanno portato a candidarti. Poi rendili tuoi.
Così, anche se la domanda viene formulata in modo diverso da come te l'aspettavi, avrai gli strumenti per costruire una risposta autentica e coerente.
E se pensi che queste siano le uniche domande capaci di metterti in difficoltà, non è finita qui: nel prossimo appuntamento vedremo altre 3 domande da colloquio a cui è meglio non rispondere con la prima frase che viene in mente.
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